Source: New York Times

Non ci sono più scuole a Gaza

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Tra pochi giorni inizierò un nuovo anno accademico. Mentre preparo le lezioni e organizzo la didattica, non posso non riflettere sul privilegio che rappresenta questo gesto così naturale, così scontato nella mia vita di occidentale con un futuro, seppur sgangherato, a cui guardare. Non mi sono mai chiesto, entrando in un’aula, se quella sarebbe stata l’ultima volta. Non ho mai dovuto temere che qualche esercito straniero potesse trasformare la mia scuola in macerie, il mio futuro in cenere.

Source: UNRWA - https://www.unrwa.org/newsroom/photos/education-under-attack

Questo privilegio mi appare oggi in tutta la sua evidenza mentre leggo i dati che emergono dai rapporti internazionali sulla Palestina: secondo l’Ufficio Mediatico del Governo di Gaza, almeno 18.885 bambini sono tra i più di 62.000 palestinesi uccisi da Israele dall’inizio della sua guerra genocida da quasi due anni. L’UNICEF conferma che negli ultimi cinque mesi, da quando Israele ha unilateralmente infranto l’accordo di cessate il fuoco e ripreso gli attacchi, “una media di oltre 540 bambini sono stati uccisi ogni mese”. Le immagini che ci arrivano sono devastanti: come quella degli ultimi momenti di vita di Amna al-Mufti, una bambina di 12 anni uccisa dalle forze israeliane mentre portava l’acqua alla sua famiglia. A Gaza non esistono più scuole, non esistono più università. È quello che viene chiamato “scolasticidio” – la distruzione sistematica dell’istruzione come arma di guerra.

Si tratta di una violenza che ha annientato non solo abitazioni e infrastrutture, ma che ha cancellato ogni possibilità di emancipazione per un’intera generazione. Questo non è un effetto collaterale della guerra: è una strategia deliberata. Infatti, col tempo si possono ricostruire strade, ospedali, edifici governativi. Ma quando togli ai bambini la possibilità di crescere con i compagni, di sviluppare il pensiero critico, di immaginare alternative al presente, stai non solo distruggendo il presente di un popolo, ma lo stai consegnando a un futuro di rabbia, paura, e ulteriore violenza.

L’UNICEF si chiede: “Quanti altri bambini e bambine morti serviranno? Quale livello di orrore deve essere trasmesso in diretta prima che la comunità internazionale intervenga completamente, usi la sua influenza e prenda azioni coraggiose e decisive per forzare la fine di questa spietata uccisione di bambini?” Se Israele avesse davvero l’obiettivo di sconfiggere Hamas e il terrorismo, perché distruggere l’unica arma che la storia ci ha insegnato essere efficace contro la radicalizzazione: l’istruzione? Un bambin che può studiare, che può accedere alla conoscenza, che può formare liberamente il proprio pensiero, è un bambino che può scegliere. Un bambino privato di questa possibilità è un bambino condannato all’ignoranza, alla disperazione, potenzialmente alla violenza.

Come denunciato dall’UNRWA, anche le scuole gestite dalle Nazioni Unite, diventate rifugio per “centinaia di migliaia di persone” sotto continui bombardamenti israeliani, vengono prese di mira: “I palestinesi hanno cercato protezione sotto la bandiera delle Nazioni Unite, solo per vedere i rifugi diventare un luogo di morte, anche per troppi bambini. Nessun posto è sicuro per i bambini a Gaza”. Oltre ai morti, almeno 21.000 bambini sono stati resi disabili, circa 132.000 bambini sotto i cinque anni sono a rischio di morte per malnutrizione acuta, mentre altre migliaia sono morti dalla fine di maggio durante la ricerca di aiuti umanitari, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco sui siti di distribuzione. Che futuro possono avere, se oltre a subire questa violenza fisica, vengono privati anche degli strumenti per costruirsi un domani diverso?

Di fronte a questa tragedia, l’ipocrisia dei governi europei diventa insopportabile. Mentre le piazze e i porti si riempiono di cittadini che chiedono giustizia, i nostri rappresentanti continuano a sostenere e finanziare questa macchina di morte. Il contrasto tra la mobilitazione popolare e l’immobilismo istituzionale rivela una democrazia malata, complice di crimini contro l’umanità, e dalla quale vorrei distanziarmi il più possibile. Risuonano oggi, con terribile attualità, le parole di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per un pezzo di pane / Che muore per un sì o per un no”, mentre noi “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case” e continuiamo a voltarci dall’altra parte.

“Meditate che questo è stato” ci ammoniva Levi. Ma questo non è solo passato: è presente. E il nostro silenzio, la nostra complicità, rendono possibile che continui ad essere futuro. Per questo dobbiamo “scolpire queste parole nel nostro cuore”, ripeterle, non dimenticare mai che ogni giorno di inazione è un giorno in cui permettiamo che un genocidio continui sotto i nostri occhi.

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