Oltre il fallimento: quando l’approssimazione diventa la normalità

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La recente crisi dell’amministrazione di Birmingham, culminata nella bancarotta del comune nel settembre 2023, ha dato il colpo di grazia a una città già difficile per chi, come me, è sensibile ai problemi collettivi e si fa domande su come vivere in maniera civile e cosciente. Il collasso finanziario non è venuto dal nulla: decenni di superficialità sulla parità retributiva hanno prodotto 750 milioni di sterline di debito. Tuttavia, quello che era un problema tecnico-amministrativo è diventato rapidamente il pretesto per la più drastica serie di tagli nella storia delle amministrazioni locali britanniche: 600 posti di lavoro eliminati, finanziamenti alle arti quasi azzerati, 11 centri comunitari venduti, illuminazione stradale ridotta e raccolta dei rifiuti passata a cadenza quindicinale. A tutto questo si è aggiunto un aumento delle tasse comunali del 21% in due anni.

Ma il punto è che già prima della crisi finanziaria, Birmingham mostrava performance scadenti in termini di igiene urbana, trasporti sostenibili, edilizia popolare, e un pervasivo ed evidente disagio sociale. A parte la performance elettorale del quartiere in cui vivo (Moseley e Kings Heath) che ha ottenuto uno dei risultati per il Remain più alto del Regno Unito, la città non ha mai brillato per performance in termini di sostenibilità. Riflettendo sulla mia esperienza decennale nelle Midlands, vedo Birmingham come un esperimento sociale sulla capacità di adattamento umano alle condizioni urbane avverse.

Ad esempio, come molti cittadini mi impegno a fare la raccolta differenziata secondo le regole. Mi vanto di riempire i contenitori con carta, plastica riciclabile, latta, e vetro in pochi giorni, ma il mio sforzo è contrastato da un sistema paradossale: i bidoni del differenziato vengono svuotati solo ogni due settimane (in tempi normali), ma da marzo 2025 traboccano senza soluzione a causa degli scioperi dell’igiene pubblica, conseguenza diretta dei tagli al personale e dell’ostinazione a ricorrere al mercato per erogare servizi pubblici come questo. Con il passaggio ufficiale alla raccolta quindicinale, sancito dai tagli di bilancio, la situazione è diventata insostenibile. Ci ritroviamo così ad accumulare rifiuti differenziati in qualche angolo della casa, sperando che in un prossimo futuro si possa tornare almeno a quella che, con amarezza, definirei una “patetica normalità”. Questa situazione quotidiana, apparentemente banale, è emblematica di un problema più profondo: a Birmingham così come in tante altre realtà urbane, viviamo in contesti dove l’approssimazione è diventata la norma, dove ci si accontenta di soluzioni inadeguate, e dove chi cerca di fare la cosa giusta viene sistematicamente penalizzato dal sistema.

Mi riferisco ad intervenire a livello critico invece di accanirsi a continuare a “gestire” una questione sistemica del vivere civile. Cioè, invece di promuovere la riduzione dei rifiuti prodotti dalle famiglie, dalle abitazioni o dalle industrie, si continua a far riferimento a un sistema arrugginito e antiquato come la raccolta differenziata su base mensile, senza un vero e proprio riuso e riciclo, o senza intervenire per ridurre la produzione di rifiuti. È come se si volesse curare una polmonite con un’aspirina: un rimedio del tutto inadeguato al problema.

Come campano di una certa età, ricordo distintamente la mediatizzata crisi dei rifiuti e la Terra dei Fuochi degli anni 2000. Non posso fare a meno di notare inquietanti parallelismi con Birmingham e con il sistema a crescita infinito che ancora seguiamo. Nonostante quell’episodio traumatico, la mia città natale e la regione sono fondamentalmente rimaste incapaci di gestire sistemicamente le varie componenti di un vivere sostenibile e cosciente del futuro. Parlo di visioni intelligenti su produzione di rifiuti, riciclo, plastica, qualità dell’aria e salute pubblica. E ora, a Birmingham, mi ritrovo immerso in dinamiche simili, come se la lezione non fosse stata imparata, e dovendo rilevare tristemente che chi si propone come leader in queste due realtà non fa altro che mettere delle toppe per continuare con lo status quo invece di risolvere i problemi in maniera radicale.

La tristezza deriva dall’assistere continuamente a crisi che vengono presentate come emergenze tecniche o finanziarie, mentre sono in realtà il risultato di decenni di cattiva gestione, mancanza di visione e subordinazione dell’interesse pubblico a logiche di profitto a breve termine. Osservare questa situazione mi ha portato a riflettere su un concetto più ampio: la mia qualità di vita dipende in larga misura dalla libertà di non essere schiavo del consumo. Ogni oggetto che entra nella mia casa diventa, prima o poi, un rifiuto da smaltire. E in un sistema che non sa gestire efficacemente i rifiuti, consumare di più significa esacerbare il problema. Una cosa che davvero non mi piace.

Mi piacerebbe far parte e contribuire a una società libera e più indipendente dalle dinamiche di consumo compulsivo di prodotti industriali. Si tratta di ridurre la necessità di smaltire sempre più rifiuti e di ripensare il nostro rapporto con gli oggetti, la loro durata, la loro riparabilità. Mi rendo conto che non si tratta di una cosa semplice, non parte dal singolo per diffondersi magicamente ai vari gruppi sociali, non si applica con una legge. Tuttavia, vorrei proporre alcune domande che mi hanno aiutato con la riflessione appena condivisa:

  1. Perché accettiamo di vivere in città inquinate, congestionate, sporche, mentre paghiamo tasse comunali sempre più alte per servizi sempre più scadenti?
  2. Chi beneficia realmente dell’attuale sistema di gestione dei rifiuti e perché, nonostante varie crisi finanziarie, non si è mai messa in discussione la sua efficacia?
  3. Perché non riusciamo a immaginare collettivamente ed elettoralmente alternative al modello attuale? Cosa ci impedisce di creare luoghi in cui è davvero bello e piacevole vivere?
  4. Come possiamo passare da un modello di partecipazione civica basato sul voto quinquennale per il politico di turno che non si fa domande ma ci dà solo risposte facili, a uno in cui i cittadini sono coinvolti attivamente nelle decisioni quotidiane che riguardano il loro ambiente urbano?
  5. Quali passi concreti possiamo compiere, come individui e come comunità, per avviare una transizione verso una città più sostenibile, equa e vivibile?

Probabilmente il primo passo per trovare soluzioni è riconoscere che le attuali non funzionano, e che esistono alternative praticabili e comprovate. Il secondo, forse, è costruire una consapevolezza collettiva che possa tradursi in pressione politica e cambiamento concreto.

Cosa ne pensate? Mi piacerebbe conoscere interpretazioni critiche a questi problemi infiniti, perché il dialogo è il primo passo verso l’azione collettiva.

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