In un’epoca segnata da crescenti disuguaglianze e polarizzazione sociale, assistiamo a un fenomeno globale preoccupante: l’ascesa di neofascismi imperialisti che minacciano i diritti delle minoranze e i fondamenti stessi delle società moderne. Questo processo si manifesta attraverso dinamiche complesse che colpiscono particolarmente, da un lato, le persone LGBT+ e chiunque non rientri nei rigidi parametri di “normalità” imposti dalla retorica neofascista di genere, e dall’altro, le persone che si pongono dei quesiti sulla possibilità di alternative al modello economico-sociale dominante, spregiativamente chiamate woke.
Il paradosso più inquietante dell’attuale ondata populista risiede nelle sue origini: decenni di politiche neoliberali hanno creato un terreno fertile per l’emergere di forze che si presentano come alternative al sistema o che proteggono gli interessi della collettività. Tuttavia, quello che oggi conosciamo come populismo non è nient’altro che “una risposta democratica illiberale all’illiberalismo democratico” (Mudde, 2025) cioè una reazione di pancia alla percepita mancanza di opzioni in uno spazio politico sempre più chiuso e oppresso dal mercato. L’egemonia neoliberista degli ultimi decenni, espressa e implementata sia dagli stati nazionali che dalle organizzazioni sovranazionali come l’UE e IMF, ha generato – tramite rappresentanti sia di centro-destra che di centro-sinistra – una notevole abdicazione di potere in favore del mercato (privatizzazioni), delle organizzazioni sovranazionali (UE, FMI) e delle istituzioni tecnocratiche (banche centrali). Questo processo è stato solo nominalmente democratico: politici democraticamente eletti hanno preso queste decisioni e le hanno implementate, ma raramente hanno fatto campagna elettorale su di esse, approfittando di quello che alcuni chiamano “consenso permissivo”. Questa erosione delle sicurezze economiche ha generato un profondo senso di abbandono tra le classi medie e popolari. I leader populisti hanno saputo abilmente intercettare questa frustrazione, ricodificandola però in chiave identitaria e nazionalista. In questo contesto, le persone LGBT+, femministe, e critiche, sono diventate il nuovo capro espiatorio. Il fantomatico “gender” – termine utilizzato in modo dispregiativo per delegittimare qualsiasi espressione di genere o orientamento sessuale che non rientri nei canoni tradizionali – è stato trasformato nel nemico pubblico responsabile della “decadenza morale” della società, al pari de “la droga”, degli immigrati clandestini, dei terroristi.
L’altro paradosso, è che i fascisti contemporanei propongono di combattere il nemico accusando le persone LGBT di imporre uno stile di vita naturale ai bambini (il gender), ma allo stesso tempo impongono continuamente una ideologia repressiva basata sulla sessualizzazione dei bambini, e privando le persone di libertà di scelta e autodeterminazione. Come evidenziato dal potente discorso della senatrice trans spagnola Carla Antonelli ai colleghi di Vox, assistiamo a un tentativo sistematico di cancellazione delle identità non conformi: “Siamo sulla bocca di tutti, tutti parlano di noi, che siamo trans, che non siamo trans, se abbiamo orgasmi, se non li abbiamo… LASCIATECI IN PACE per l’amor di Dio, lo stesso Dio a cui voi credete così tanto!”
Questo non è un fenomeno isolato. Tra i vari esempi di politiche di cancellazione delle persone LGBT, ricordo che in Russia, Putin ha implementato leggi che criminalizzano la “propaganda LGBT” da anni; negli Stati Uniti, Trump ha dichiarato nel suo discorso di insediamento che “esistono solo due sessi”; in Italia, figure come Vannacci, Salvini e Meloni promuovono narrazioni che patologizzano le identità non binarie. Come sottolinea Antonelli: “Ci state facendo la vita impossibile… A me hanno fatto quello che voi oggi volete che venga fatto dai genitori di bambini trans ai loro figli: impedirmi di vivere la vita come meglio crediamo”.
L’odio ecosistemico digitale. La proliferazione di questi movimenti sarebbe impensabile senza social media. Facebook, Instagram, e X hanno offerto piattaforme senza precedenti per la diffusione di fake news, discorsi d’odio, e teorie cospirative anti-LGBT+. L’architettura degli algoritmi, progettata per massimizzare il coinvolgimento, favorisce contenuti emotivamente carichi e polarizzanti nei confronti dei “woke” – un termine con una storia profonda e significativa che è stato distorto per servire l’agenda neofascista. Originariamente, fin dagli anni ’30, “woke” nell’inglese afroamericano era sinonimo di “awake” (sveglio) e si riferiva alla consapevolezza delle questioni sociali e politiche che colpivano gli afroamericani. La frase “stay woke” fu ulteriormente popolarizzata dagli attivisti di Black Lives Matter durante le proteste di Ferguson, nel 2014. Con il tempo, il termine si è espanso per abbracciare una più ampia consapevolezza delle disuguaglianze sociali come l’ingiustizia razziale, il sessismo e la negazione dei diritti LGBTQ+. A partire dal 2019, questo termine è stato risemantizzato e usato sarcasticamente come dispregiativo (anche dallo stesso Elon Musk) dalla destra politica per attaccare vari movimenti progressisti e di sinistra tacciandoli di indottrinare i bambini dalle scuole.

Lo sdoganamento del neofascismo e la nuova prigione dei diversi. In un contesto così distorto e polarizzato, quello che conoscevamo come “centrodestra” velatamente fascista si è progressivamente vaporizzato lasciando emergere un neofascismo esplicito. Questo fenomeno ha assunto dimensioni globali attraverso un “contagio autoritario“: movimenti e leader populisti si ispirano reciprocamente, condividendo strategie, retoriche e tecniche di mobilitazione contro le persone LGBT+ e altre minoranze. Ultimamente ho sentito le parole internazionale fascista pronunciate più volte in un noto talk show italiano. I bersagli tradizionali – immigrati, tossicodipendenti, donne – vengono affiancati da nuovi nemici, in particolare le persone con identità di genere o orientamenti sessuali non conformi. Questo “gender” di cui tanto si parla nei discorsi neofascisti, in realtà, è un loro (efficace) costrutto retorico che non corrisponde ad alcuna realtà concreta, ma serve a mobilitare paure e risentimenti.
Quello che è reale, purtroppo è la sensazione progressivamente soffocante per la vita quotidiana di chi è diverso – che si tratti di diversità di genere, sessuale, etnica o semplicemente di pensiero. Dall’ansia costante di subire microaggressioni negli spazi pubblici, alla paura di perdere opportunità lavorative, fino al timore di violenze fisiche: l’esperienza di chi non si conforma è segnata da uno stress cronico che raramente viene riconosciuto dal discorso pubblico. Questa oppressione quotidiana non è un effetto collaterale, ma parte integrante della strategia neofascista che mira a ricacciare nell’invisibilità chiunque non si conformi al modello dominante.
Un vuoto assordante. Di fronte all’ascesa del neofascismo globale, viviamo una drammatica assenza di leadership progressista capace di organizzare un’opposizione efficace. Le persone LGBT+ e “woke” – nel senso autentico di individui consapevoli che si pongono domande critiche – si trovano in una condizione di profonda asimmetria di potere mediatico. Non disponiamo di reti televisive, stazioni radio a diffusione di massa, o piattaforme social con la stessa portata e influenza degli apparati mediatici che sostengono la propaganda neofascista (e liberista). L’ultimo grande evento mediatico mondiale per stimolare consapevolezza sociale e critica al modello vigente erano gli scioperi di Fridays for Future.
Con l’acquisizione di Twitter (ora X) da parte di Elon Musk e la trasformazione degli algoritmi delle piattaforme Meta, internet è diventato terreno fertile per la proliferazione di fake news che attecchiscono facilmente in una popolazione sempre più dipendente dalla dopamina generata dalle interazioni social. In questo contesto, costrutti fittizi come “il gender” vengono percepiti come realtà concrete e minacciose, ma abbiamo anche visto come gli immigrati diventano “clandestini”, i palestinesi diventano indistintamente “terroristi”, e chi critica il modello economico di crescita infinita viene deriso come “gretino”.
Forse, però, dovremmo porci una domanda scomoda: stiamo davvero così male? O forse il nostro relativo benessere si regge su meccanismi di sfruttamento che preferiamo non vedere? Domande che preferiamo non farci quando il gender minaccia la nostra sonnacchiosa vita coi paraocchi. Questa cecità selettiva è funzionale a un sistema che rende invisibili non solo le persone LGBT+, ma tutti coloro che con il loro lavoro sottopagato e privo di diritti sostengono il nostro stile di vita. La battaglia per la un qualsiasi progresso sociale non può prescindere dalla questa consapevolezza. Anche perché i fascisti che ci distraggono con le narrazioni sui gay, gli immigrati, i clandestini, e i woke, ne sono perfettamente consapevoli.
I tentativi individuali di fare critica e creare spazi di discussione collettiva risultano tragicamente vani. La maggior parte delle persone critiche non ha semplicemente il tempo materiale di dedicarsi all’attivismo: in un’epoca di crescente precarietà economica, tutto costa di più, si lavora sempre più a lungo, si accumula stanchezza cronica, e inevitabilmente si cede all’intrattenimento gratuito offerto dai social media piuttosto che investire le proprie esigue energie residue in riflessioni e dibattiti costruttivi. Questo scenario ricorda per molti aspetti l’ascesa del fascismo un secolo fa, ma con una differenza fondamentale: la scala e la velocità con cui la propaganda neofascista oggi si diffonde e mobilita le masse sono aumentate in modo spaventoso. Ne è dimostrazione evidente l’ammirazione trasversale verso Putin, e l’ostinazione con cui si continua a pensare alla Russia come a un paese “sovietico/comunista”, quando il suo comportamento da anni — ben prima dell’invasione dell’Ucraina — è tipicamente quello di un impero assolutista di stampo zarista.

Come pensare al futuro? Ciò che manca disperatamente è una coscienza di classe, ma su un livello alternativo a quello della contrapposizione lavoratori-padroni. Manca una leadership capace di motivare le persone a comprendere e prendere responsabilità della propria condizione. Una leadership efficace in questo senso dovrebbe considerare almeno quattro elementi strategici:
Primo, il possesso e controllo di piattaforme digitali di discussione. Finché i principali spazi di dibattito pubblico restano in mano a poche corporazioni guidate da interessi economici o figure apertamente reazionarie, qualsiasi tentativo di controinformazione resterà marginale. Occorrono alternative ai social mainstream.
Secondo, l’implementazione di solidi meccanismi di fact-checking accessibili e comprensibili. In un’epoca di post-verità (non esiste più il Golfo del Messico, l’invasione russa in Ucraina non è avvenuta, ecc.), è fondamentale ristabilire un terreno comune di fatti verificabili. Questo richiede risorse, competenze e autorevolezza che raramente sono a disposizione degli attivisti individuali.
Terzo, la capacità non solo di criticare lo status quo, ma di sviluppare e implementare alternative concrete. Le persone schiacciate dalle difficoltà quotidiane hanno bisogno di vedere possibilità reali di cambiamento, non solo analisi critiche, per quanto accurate.
Quarto, lo sviluppo di capacità dialettiche in grado di sovrastare l’efficacia comunicativa dei neofascisti, che come nel film “Don’t Look Up” scimmiottano chi cerca di affrontare problemi reali. Il modello dei talk show polarizzati e urlati favorisce chi semplicemente nega l’evidenza o “butta in caciara”, rendendo impossibile qualsiasi discussione razionale.
Nei rari casi in cui voci progressiste trovano spazio nei media mainstream, si scontrano con interlocutori più esperti nella caciara mediatica, incapaci di articolare ragionamenti complessi in un formato che privilegia la polarizzazione e lo scontro. I blandi tentativi dei cosiddetti progressisti non scalfiscono minimamente il potere delle destre, che hanno affinato tecniche comunicative efficaci nel contesto dell’attuale ecosistema mediatico. Ritornando alle parole di Antonelli: “Ora stiamo alzando la testa, stiamo provando ad appropriarci dello spazio che meritiamo in questa società” – rappresentano una scintilla di speranza. Ma senza un’organizzazione strutturata e una leadership strategica che comprenda le nuove dinamiche dell’informazione digitale, queste voci coraggiose rischiano di rimanere grida isolate in un deserto mediatico dominato da algoritmi ostili.
La sfida più urgente consiste nel riconnettere il malcontento sociale alle sue vere radici economiche, smascherando la strategia diversiva dei movimenti neofascisti, costruendo al contempo una strategia comunicativa che sappia parlare anche a chi non ha il privilegio del tempo e delle energie per dedicarsi all’attivismo. Solo così sarà possibile contrastare efficacemente l’ondata populista e costruire società veramente inclusive, dove ciascuno possa esprimersi liberamente per quello che è. Quanto siamo disposti a mettere in discussione e riflettere sul nostro “comfort”, per quanto modesto esso sia?


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