A seguito di iniziative portate avanti da diversi amici e conoscenti via Internet, e considerando i recenti sviluppi sulla geopolitica, oggi vorrei condividere alcune riflessioni sul mio rapporto con i social media mainstream, in particolare quelli di Meta come Facebook e Instagram, e la decisione di lasciarli progressivamente nei mesi a seguire. Ho partecipato attivamente a queste piattaforme per anni, consapevole del potenziale e importante ruolo che possono svolgere nel veicolare informazioni e creare comunità virtuali basate su interessi condivisi. Internet rimane fondamentale per portare avanti discussioni su temi chiave come società, ambiente, economia, quindi sarebbe assurdo pensare di abbandonare completamente questa tecnologia e dimenticare la sua utilità.
Eppure, sono giunto alla conclusione che sia necessario svincolarsi dal controllo di questi social media da parte di miliardari che sostengono apertamente figure pericolosissime come Donald Trump e la sua ideologia dannosa. Come spiega bene Arianna Ciccone nel suo articolo, l’allineamento di interessi economici e ideologici tra Mark Zuckerberg, Meta e l’agenda politica di Trump è ormai evidente. Le recenti decisioni di Zuckerberg, dall’interruzione dei programmi di fact-checking all’abolizione delle politiche di diversità e inclusione, mostrano una chiara svolta verso il conservatorismo di estrema destra trumpiano (e non). Secondo Joan Donovan:
“È un segno rivelatore di tecnofascismo quando i nostri sistemi di comunicazione sono sconvolti da cambiamenti nel potere politico dopo ogni elezione. La protezione dei gruppi vulnerabili online continua a dipendere dalle ambizioni politiche dell’amministratore delegato o del proprietario delle piattaforme di social media. Questa è un’ulteriore prova che i social media non sono una macchina per la libertà di parola. Non lo sono mai stati. Invece, la moderazione dei contenuti è il prodotto principale dei social media, dove gli algoritmi decidono se un discorso è visibile, a quale volume e se ci sarà un contenuto che gli si oppone. Contrariamente a quanto sostiene Zuckerberg, non sono stati i fact-checker a rovinare i prodotti Meta. Sono sempre stati i responsabili di Meta delle relazioni con il potere politico a trasformare i social media in una nuova frontiera per le guerre culturali”.
Il crescente interesse nei confronti dell-aspetto politico dei social media si può notare anche nella recente nomina di John Elkann a membro del CdA di Meta, da parte di Zuckerberg. Elkann ha contribuito a smantellare i diritti dei lavoratori mentre perseguiva una miope strategia industriale che ha portato Stellantis alla crisi attuale, non cogliendo le sfide della transizione all’elettrico. Evidentemente Elkann preferisce investire sui social media e sulla capacità di influenzare grandi masse nei sistemi elettorali occidentali invece che nello sviluppo industriale. Un affare per Zuckerberg, molto meno per i dipendenti Stellantis. Inoltre, il cambiamento dell’atteggiamento di Meta sulla moderazione dei contenuti non solo non promuove la libertà di parola, ma soprattutto permette discorsi d’odio e denigrazione verso gruppi vulnerabili come immigrati e persone LGBTQ+. Ma, come sottolinea Ciccone, è un evidente mossa volta a dare spazio a propaganda, disinformazione e odio, per strizzare l’occhio a Trump.

Ciò che emerge è un’alleanza senza precedenti tra i proprietari delle grandi piattaforme tech come Meta e X, la grande finanza globale, e Trump, che rappresenta una grave minaccia non solo per la democrazia americana e globale, ma anche per la qualità della vita quotidiana di chi non è bianco, maschio, benestante, magro, occidentale, eterosessuale. Si tratta di un’oligarchia di ultra-ricchi che influenza la politica per perseguire i propri interessi privati. Zuckerberg continua a detenere un potere spropositato nel determinare le politiche di Meta, inclusa la moderazione dei contenuti, in base alle proprie ambizioni politiche e visioni ideologiche, senza alcuna garanzia democratica. Le regole cambiano ad ogni elezione in base a chi è al potere, e stiamo assistendo a un vero e proprio assalto all’informazione portato avanti da questa alleanza, in cui giornalismo di qualità, fact-checking e accesso a informazioni attendibili vengono accantonati con molta non-chalance.
Tra i motivi che mi spingono a lasciare gradualmente Meta c’è anche la crescente prevalenza sui suoi social di contenuti che illustrano e promuovono le battaglie anti-woke care alla destra trumpiana. Nonostante la mia “bolla” sia composta da persone relativamente vicine a me culturalmente e politicamente, l’algoritmo mi propone sempre più messaggi che da un lato ipersessualizzano l’essere LGBT o che supportano una retorica divisiva, a scapito di un dibattito informato e rispettoso. Il punto è che un ecosistema che premia la polarizzazione, la disinformazione e l’odio non è compatibile con una società sana e critica nei confronti del potere. Perciò, proverò ad abbandonare queste piattaforme tossiche e radicalizzanti a favore di alternative più etiche e partecipative.
Lo faccio perché credo che far parte di un network debba servire a crescere culturalmente e poter decidere in autonomia della propria identità, promuovendo l’autodeterminazione delle persone. Un sistema mediatico così distorto e asservito a interessi di parte rappresenta una minaccia a questi valori. Ecco perché già da tempo avevo lasciato Twitter/X, ben prima dell’elezione di Trump. Ed è per questo che ora dico addio anche a Meta. Non posso più continuare a chiudere uno o entrambi gli occhi, ed essere complice di piattaforme che antepongono il profitto alla democrazia e al rispetto della dignità umana.
Spero che sempre più persone intraprendano questo percorso, per costruire comunità virtuali e reali che mettano al centro pensiero critico e confronto autentico. Abbiamo il dovere di pretendere di meglio, perché ne va del nostro futuro come società.
Fatemi sapere cosa ne pensate e continuate a seguire questo blog mentre approfondiamo insieme queste riflessioni.



Lascia un commento