Proteste dei cittadini valenciani contro governi locale e centrale in Spagna

DANA 2024: quando clima e cementificazione si alleano contro di noi.

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L’autunno in Europa e nel Mediterraneo ha sempre portato piogge intense. Si tratta di un concatenarsi di fenomeni fisici su larga scala noti come evaporazione e condensazione che facilitano lo spostamento d’acqua dal Mar Mediterraneo – che ha assorbito energia durante l’estate e l’inizio dell’autunno – verso le zone costiere e il primo entroterra. A causa della ridotta radiazione solare, del raffreddamento per irraggiamento, e delle correnti di aria fredda stagionali sulla terra, il vapore acqueo che risale dal mare si condensa al di sopra della terraferma e precipita sotto forma di pioggia. Non è nulla di straordinario: fa parte del ciclo dell’acqua e, a seconda dell’intensità, caratterizza il clima terrestre ad ogni latitudine. Tuttavia, la quantità d’acqua ed energia in movimento è considerevolmente aumentata nell’ultimo secolo, e che questo è dovuto all’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera e nelle acque.

Tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre 2024, diverse zone della costa nord del Mediterraneo hanno subito intensi rovesci in cui è caduta, in poche ore, la quantità di acqua che ci si aspetta in tutto l’anno. Questo fenomeno è conosciuto in Spagna con il nome di DANA (Depresión Aislada de Niveles Altos), una situazione ben nota a livello meteorologico in cui una massa di aria polare molto fredda rimane isolata al di sopra del mare alla fine della stagione calda boreale, generando forti temporali.

Secondo gli esperti, l’evento del 2024 definito come il peggior disastro naturale della storia spagnola moderna, è stato particolarmente grave per diversi motivi. Nonostante le evidenti responsabilità politiche legate ai mancati allarmi che hanno causato più di 220 morti solo nella Comunità Valenciana, l’intensità delle alluvioni in Spagna e nel resto del Mediterraneo nell’autunno del 2024 sono da attribuire all’aumento della temperatura degli oceani.

Ma c’è di più. Secondo studi recenti, l’intensa impermeabilizzazione del suolo dovuta alla continua cementificazione e alla conversione di spazi naturali in campi agricoli, esacerba il rischio di alluvioni e le loro conseguenze sulla popolazione. Lo sviluppo urbano e periurbano sono particolarmente problematici per i sistemi idrologici naturali in quanto li frammentano ed impediscono un naturale “assorbimento” dell’energia liberata e dell’acqua scaricata durante eventi come quelli avvenuti in Spagna.

Il caso di Valencia è emblematico per come lo sviluppo urbano e la gestione del fiume Turia – e del sistema idrografico ad esso collegato – hanno influenzato gli eventi recenti. A seguito dell’ennesima disastrosa alluvione in città negli anni ’50, l’amministrazione locale deviò il corso del fiume Turia allontanandolo dal centro storico di Valencia portandolo a sud attraverso un canale artificiale cementificato. Le conseguenze di quest’opera ingegneristica sono evidenti: mentre il centro storico di Valencia – dove prima passava il Turia – è rimasto praticamente integro, vaste aree attorno al corso artificiale del fiume sono state devastate dalle recenti alluvioni.

Fonte: https://www.visitvalencia.com/agenda-valencia/actualizacion-de-las-consecuencias-del-temporal-en-valencia

I danni più intensi si sono concentrati attorno al nuovo letto impermeabilizzato del Turia, e a valle di questo. L’impermeabilizzazione del fiume e la deviazione del suo corso, sommati all’aumentata intensità e frequenza di eventi atmosferici estremi come le DANA, non bastano però a spiegare la devastazione. Un elemento spessp sottovalutato è la continua antropizzazione del territorio, che significa costruire sempre di più e con tecniche che impediscono lo scambio d’acqua. La maggior parte delle aree costiere della Spagna è stata infatti completamente cementificata, spesso ignorando il già elevato rischio idrogeologico delle coste e delle pianure alluvionali.

A seguito dell’alluvione di Valencia, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Spagna, sia per aiutare materialmente a spalare il fango, sia per manifestare contro i governi locale e centrale. I manifestanti hanno attribuito agli amministratori la morte dei più di 200 cittadini.

Fonte: https://www.bbc.com/mundo/articles/cgk1nzj3r86o

Nonostante la rabbia e l’indignazione siano più che comprensibili, vorrei riflettere sui punti elencati qui sopra e proporre alcune domande:

  1. Quanto siamo disposti a riflettere sul fatto che ogni nuovo centro commerciale, ogni nuovo quartiere residenziale, ogni nuova autostrada che ‘esigiamo’ per il nostro comfort contribuisce direttamente all’impermeabilizzazione del territorio e quindi al rischio di alluvioni come quella di Valencia?
  2. Se i politici sono espressione del voto popolare e delle nostre richieste di ‘sviluppo’, non dovremmo interrogarci sul nostro ruolo di cittadini nel continuare a sostenere un modello di crescita che sta letteralmente cementificando il nostro futuro?
  3. Come possiamo pretendere che le amministrazioni privilegino la sicurezza idrogeologica quando noi stessi continuiamo a richiedere nuove infrastrutture, più parcheggi, più centri commerciali, ignorando che ogni metro quadro impermeabilizzato è un metro quadro sottratto all’assorbimento naturale dell’acqua?
  4. Quando smetteremo di vedere il territorio come una risorsa infinita da sfruttare, e quando inizieremo a considerarlo un sistema fragile e interconnesso di cui facciamo parte, e che richiede un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo?

Dunque, è opportuno considerare che le tragedie come quella di Valencia non sono solo il risultato di eventi meteorologici estremi o di singole decisioni amministrative sbagliate. Sono la conseguenza di decenni di scelte collettive che hanno privilegiato uno sviluppo economico aggressivo a scapito dell’equilibrio idrogeologico del territorio. Come cittadini, dovremmo riconoscere le necessità di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente urbano e naturale, di abbandonare la pretesa di una crescita infinita in un sistema finito, e di riappropriarci delle responsabilità sul cambiamento climatico invece di delegarle ai politici che noi stessi eleggiamo. È tempo di accettare che ogni nuova colata di cemento, ogni nuovo centro commerciale, ogni campo agricolo intensivo rappresentano un passo verso l’illusione di un benessere effimero e momentaneo, e aumentano il rischio idrogeologico. Il vero cambiamento deve partire dalla consapevolezza che la sicurezza delle nostre città dipende dalla nostra capacità di immaginare e pretendere un modello di sviluppo diverso, che rispetti i cicli naturali dell’acqua e la fragilità del territorio che abitiamo.

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