Recentemente alcune città italiane hanno iniziato a parlare di limiti di velocità a 30Km/h per i veicoli a motore. Secondo alcuni, questa misura è stata pensata per rendere le strade meno congestionate, il traffico più fluido, e, di conseguenza, le città più vivibili. Nonostante le migliori intenzioni e gli sforzi più o meno efficaci di alcuni amministratori, c’è ancora tanto da fare per migliorare la nostra vita in città, soprattutto se si volesse iniziare a parlare di priorità in termini di spazio urbano, gestione dei veicoli privati, e vivibilità generale.
Lungi dall’essere compresa ed applicata in maniera estensiva o sistemica, almeno in Italia, l’idea di “città 30” nasce da un’iniziativa privata di alcuni cittadini olandesi negli anni ’70 preoccupati per l’incolumità dei propri figli minacciati da automobili. Si trattava di un’iniziativa di non poco conto considerando che proprio in quegli anni è iniziato il processo di trasformazione che ha portato i Paesi Bassi a essere il paradiso delle biciclette che conosciamo oggi. Tuttavia, è bene ricordare che anche gli olandesi dell’epoca non erano troppo felici alla prospettiva di conversione delle città da regno delle lamiere e dello smog, a spazio urbano da vivere. Qui sotto uno scorcio di Amsterdam prima (anni ’70) e dopo (2020) aver deciso che le città vivibili sono quelle in cui lo spazio è vissuto da tutti e non è solo delle automobili.

Diversi studi recenti hanno dimostrato che l’imposizione di un limite di velocità a 30Km/h nei centri abitati porta diversi benefici. Il primo e più immediato è la riduzione del numero di incidenti stradali e di danni fatali a persone legato a minore velocità in caso di impatto e maggiore capacità di reazione da parte dei guidatori.
Ridurre la velocità dei veicoli a motore significa anche ridurre l’inquinamento urbano. Questo avviene perché invece di accelerare e decelerare/frenare continuamente, che è il tipico andamento dei veicoli a motore in città, è possibile consumare molto meno carburante ed aumentare la velocita’ media se quella di punta e’ più bassa. Per questo motivo, andare a 30Km/h in città non solo riduce l’inquinamento ed il consumo di carburante, ma non ha nessun impatto negativo sui tempi di percorrenza. Si tratta semplicemente di evitare di raggiungere una velocità di punta maggiore dopo ogni “stop & go” legato a semafori, incroci, e precedenze, e consumare meno carburante.
Motori tenuti a regimi più bassi e automobili più lente significano anche e soprattutto riduzione dell’inquinamento acustico. Nelle nostre città c’è poco spazio e tante auto. Di conseguenza, la necessità per chi deve spostarsi con un’automobile è quella di superare, sopraffare, e imporsi fisicamente sugli altri. Più automobilisti che si vogliono imporre, più rumore si produrrà in città. Dunque, abbassare il limite di velocità non farebbe altro che ridurre l’inquinamento acustico, elemento non trascurabile se si vuole parlare di spazi urbani più vivibili.
Tuttavia, il beneficio che più mi interessa a seguito della riduzione del limite di velocità per le automobili non deriva semplicemente da risparmi quantitativi ed energetici. Piuttosto, è legato alla positività di iniziare una conversazione sulle priorità di utilizzo dello spazio urbano. Infatti, al momento è chiaro che ogni centimetro disponibile in città sia pensato per soddisfare i bisogni delle automobili. Le strade sono pensate per le automobili, i marciapiedi sono ridotti perche’ c’e’ bisogno di spazio per la automobili, le zone senza strade sono state convertite a parcheggi per automobili, le abitazioni ed i negozi sono resi accessibili per le automobili, non per i pedoni, le fermate dei mezzi pubblici sono invase dalle automobili, le corsie preferenziali sono percepite come spazio tolto alle automobili, e le automobili diventano sempre più ingombranti.

In poche parole, è rimasto davvero poco spazio in cittò che non sia stato dedicato a lamiere produttrici di smog. In Italia non solo siamo uno dei paesi con più automobili pro-capite, ma abbiamo anche automobilisti culturalmente arroganti che invadono sistematicamente ogni spazio urbano con la loro estensione metallica.
Per renderci conto di questa supremazia, basta provare ad andare a lavoro a piedi o con i mezzi pubblici. Il percorso da fare a piedi è non solo più angusto e disastrato, ma è anche considerevolmente piu’ lungo e discontinuo a causa delle numerose fermate e deviazioni che il pedone deve fare per “superare” la strada. Allo stesso modo, se si utilizzasse la bicicletta (in Italia), la maggior parte delle volte si dovrebbe scegliere tra rischiare la vita condividendo la strada con le automobili, condividere ingiustamente i marciapiedi con i pochi pedoni rimasti, o affidarsi alle improbabili geometrie delle attuali “piste ciclabili“.
Andando più piano, magari a piedi, ci renderemmo conto che le infrastrutture urbane sono tutte pensate per la circolazione e la sosta delle automobili, mentre i pedoni devono accontentarsi di percorsi funzionali all’accesso ai motori. Le nostre città sono enormi distese di asfalto (bucherellato), e i nostri amministratori sono lodati e votati se dimostrano di aver speso soldi per nuove strade o nuovi parcheggi. Un altro esercizio che potremmo fare per renderci conto di quanto invivibili siano le nostre città e di dove stanno le priorità è quello di contare tutte le nuove scuole, i nuovi ospedali/presidi sanitari di territorio, le nuove stazioni ferroviarie/tram, le nuove funivie, scale mobili, i nuovi sistemi fognari, i nuovi impianti di depurazione o di teleriscaldamento, le nuove iniziative di rewilding, i nuovi sistemi ciclabili integrati sul territorio che sono stati realizzati negli ultimi 10 anni da una qualunque amministrazione, e poi confrontare questo numero con tutte le nuove strade che la stessa amministrazione ha inaugurato nello stesso periodo di tempo.
Se questa è l’idea di spazio urbano che desideriamo per noi e il nostro futuro, allora andiamo bene così. Secondo me, però, ci meritiamo una vita comunitaria libera il più possibile da petrolio e acciaio. Dunque, iniziare a pensare che la strada possa ancora rimanere relativamente esclusività delle automobili, ma che debba esserci un limite all’invadenza dei motori per garantire almeno un po’ di sicurezza per pedoni e ciclisti, è semplicemente un primo passo verso un timido discorso sulla disponibilità di spazio urbano e sull’inclusività delle nostre città.
Al momento, la quasi totalità delle persone utilizza mezzi privati a motore. Ci sembra il modo migliore per attraversare addirittura i fragili centri storici in Italia, ma non ci rendiamo conto del costo in termini di vivibilità che paghiamo quotidianamente. E così, continuiamo a pretendere di poter guidare ovunque e di parcheggiare in tripla fila senza pagarne le conseguenze e proseguiamo con il comportamento attuale senza riconoscere che ci vorrebbe poco per vivere meglio e con costi minori per tutti.
Nonostante l’evidenza scientifica e le esperienze internazionali, la prospettiva di estendere l’esperienza “città 30” a diverse realtà italiane sta riscontrando una certa resistenza. Personalmente, non mi sento di biasimare chi resiste quest’idea. Anche nelle realtà urbane piu’ avanzate ed efficienti d’Italia, non solo le infrastrutture di trasporto pubblico disponibili sono arretrate, costose, obsolete, ed inaffidabili, ma molti sistemi produttivi fanno ancora affidamento su modalità di lavoro superate (in presenza VS da remoto) che richiedono inutili spostamenti durante le cosiddette “ore di punta”. In questo modo si caricano le già limitate strade di automobili a singola occupazione creando concentrazioni di lamiere e smog che non vanno da nessuna parte. La conseguenza è che per questo motivo, la velocita’ media delle automobili è già inferiore di 30 Km/h.
Dunque, pensare di applicare dall’alto il limite di 30 Km/h per le automobili non è solo una missione impossibile o un intento mal ricevuto dalla popolazione, ma è anche controproducente perché al momento non c’è nessuna alternativa a spostarsi in cittè e non c’è alcun segnale che le cose possano migliorare. Tra l’altro, sappiamo tutti già ora che buona parte delle infrazioni stradali non è rilevata o sanzionata. Basta pensare che non esiste un controllo continuo e universale sul limite di velocità standard nei centri abitati (50Km/h), figuriamoci quando il 90% delle strade verranno portate a 30.
Il problema delle “città 30”, quindi, non è essere o non essere d’accordo per ragioni di principio o personali, ma è, da un lato, avere consapevolezza sulle priorità della vivibilità urbana nel 21esimo secolo. Dall’altro, si tratta anche di mettere in pratica questa consapevolezza quando si tratta di prendere decisioni politiche sia quotidianamente, sia elettoralmente (ormai quasi ogni anno).
Mi farebbe piacere sapere che invece di avercela con chi vuole vivere meglio ci iniziassimo a fare qualche domanda in più. Per esempio: fino ad ora, chi ha avuto la priorità nelle città, e perché? Per quale motivo il luogo in cui viviamo, andiamo a lavoro, a scuola e in vacanza è costoso, sporco, faticoso, e poco vivibile? Cosa è stato fatto per preparare le società ad una convivenza più pacifica ed inclusiva? Vogliamo continuare a vivere in questo modo?
Forse facendoci più domande riusciremmo ad approcciare criticamente ai problemi di convivenza urbana, e sapremmo affrontare meglio le misure calate dall’alto che ci vengono presentate come soluzioni finali a problemi ben più complessi ed interdipendenti, tipo la mobilità urbana.



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