La violenza che preferiamo non vedere

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Circa due anni fa sottolineavo l’inadeguatezza degli amministratori locali nell’immaginare il futuro. Mi riferivo in particolare al delirio di onnipotenza del vecchiaccio buffone in foto. Vincenzo De Luca ritenne di poter rispondere con violenza verbale al tentativo di promuovere un’idea di società inclusiva con l’istituzione di giornate scolastiche dedicate alla riflessione sull’omofobia e nei confronti del DDL Zan. Secondo lui, sensibilizzare studenti di scuole medie inferiori al valore delle diversità era sufficiente per “mandare al diavolo” gli educatori e i promotori di quel progetto educativo.


Evidentemente, aveva altri piani per la regione con il più alto tasso di abbandono scolastico in Italia, con degrado abitativo e sociale, con alto tasso di criminalità organizzata, e in cui la subcultura della violenza e della prevaricazione sono terreno fertile per la camorra.
Trovo che la visione di De Luca sia simile a quella che tanti di noi borghesi alimentiamo, secondo cui non c’è nulla da cambiare in questa società, ed è più unico che raro se adolescenti del centro di Napoli, di Palermo, o di Roma vivano in un degrado sociale annullante e che rispondano alla violenza e l’intolleranza che li circonda con altrettanta violenza e rabbia. Ci meravigliamo che i bambini compiano violenza sessuale di gruppo, facciano uso e commercio di droghe, vadano in giro con coltelli e pistole, e uccidano chi passa loro a tiro. Protetti dalla prassi quotidiana e soddisfatti dal consumo di beni inutili, non ci curiamo della miseria culturale in cui vive buona parte del nostro vicinato, e ce ne rediamo conto solo quando quella violenza sconfina mediaticamente nelle nostre vite.

Ai recenti comportamenti criminali abbiamo risposto con violenza: “sbattiamolo dentro e buttiamo la chiave”, “castrazione chimica”, “lavori forzati”, e “pena di morte” non sono solo esternazioni di esponenti politici della Lega. Tuttavia, non riusciamo ad approcciare le vicende violente in maniera critica. Penso sia il caso di farsi delle domande tipo: Da dove vengono questi bambini stupratori o assassini? Fanno parte della mia stessa comunità? Perché si/no? Cosa succede nelle loro famiglie e nei loro quartieri? Ci vanno a scuola? Che rendimento hanno e come si relazionano con i compagni? Perché? Che riferimenti culturali hanno al di fuori delle famiglie e degli amici? Chi propone una lettura della società a questi bambini, e che lettura propone loro? Come immaginano il futuro? E perché?

Delle risposte parziali a queste domande vengono dagli atteggiamenti violenti di vecchi e nuovi amministratori/politici. Dato che li continuiamo ad eleggere, evidentemente siamo convinti che loro approccio violento ad immigrazione, abbandono scolastico, disoccupazione, violenza di genere, omofobia, crisi climatica, criminalità, ecc. sia congruo ed efficace. Ieri il Governo ha anche approvato un nuovo decreto che aumenta la violenza riducendo l’età per andare in carcere. Groundbreaking.
Mi chiedo, però, quando inizieremo a identificarla e comprenderla questa violenza. Quando capiremo che prima che un bambino vada in giro con una pistola c’è un mondo familiare e un quartiere che si regge sulla violenza, sulla miseria, e sulla prevaricazione. Quando ci impegneremo a prevenire altra violenza invece di mandare al diavolo chi ci prova. Quando iniziamo a pensare al futuro di tutti i membri della società invece di scandalizzarci che la violenza fa parte delle nostre vite?

Piccola nota: “vecchiaccio” non è un insulto all’età, ma all’atteggiamento mentale di un dinosauro disonesto che la maggior parte dei campani ha contribuito a portare alla guida della nostra comunità.

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