Le Inutili piste ciclabili

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Un’opinione comune sulle piste ciclabili in Italia le vede come enorme fastidio al traffico veicolare e intralcio fisico e mentale alla normale vita cittadina. Tuttavia, queste infrastrutture potrebbero essere sia viste in un altro modo, sia vissute in un’ottica di miglioramento della qualità della vita. Fare ciò è molto difficile per due ragioni principali: una è quella legata alla incapacità di visione dei politici di tutti i livelli che nel migliore dei casi arrivano a promuovere mitiche piste ciclabili catapultate nel mezzo di un contesto incapace a recepirle. L’altra è la solida cultura locale basata sulla violenza e la sopraffazione, per cui la prassi consiste non solo nell’utilizzo massiccio dell’automobile privata per qualunque tipo di spostamento, ma anche in una sentita ed evidente avversione nei confronti di chi non utilizza l’automobile, compresi ciclisti e pedoni.

Fonte: Wikimedia Commons

Da qui parte la riflessione sulle piste ciclabili che abbiamo in Italia per cui le si può ritenere quasi totalmente inutili. Naturalmente ci sono delle eccezioni, ma è chiaro che da Pozzallo a San Candido, l’approccio generale per la costruzione di piste ciclabili prevede spesso una passata di pittura sulla strada già esistente per risolvere magicamente i nostri problemi aggiungendo una corsia per ciclisti. È naturale immaginare quanto pericolosa possa essere una “soluzione” del genere e quanto ci sia bisogno di un approccio totalmente diverso alla viabilità urbana e interurbana. Questo approccio dovrebbe considerare la creazione sia di infrastrutture di trasporto integrate le une con le altre, sia un processo educativo della popolazione volto a promuovere non solo una coscienza sociale e ambientale slegata al consumo di petrolio, ma anche una città ed una socialità “gentili” in cui non c’è bisogno di prevaricazione fisica e/o sonora o di violenza per attraversare un quartiere.

Per quanto riguarda l’aspetto infrastrutturale, ci sono diverse esperienze che dimostrano quanto sia possibile convertire le città tradizionalmente fatte a misura di petrolio, in luoghi in cui gli spostamenti di persone vengono fatti principalmente tramite biciclette. Non si tratta dei soliti esempi olandesi o danesi, ma anche e soprattutto di incoraggianti segnali da parte di città collinari, fredde, o addirittura montagnose. Il fattore comune allo sviluppo di piste ciclabili in queste città è che non fanno nuove piste ciclabili come se fossero un’aggiunta all’infrastruttura stradale esistente, ma si pensa alla mobilità come sistema complesso che possa utilizzare tanti mezzi integrati tra loro e con la creazione di infrastrutture dedicate. A partire dalle strutture già esistenti nelle città, per esempio, si potrebbe iniziare a riconoscere che le automobili non hanno priorità di utilizzo delle strade, ma si dovrebbe riuscire a coniugare il diritto di ogni utente e ogni mezzo a poter circolare. Anzi, sarebbe bello riuscire a pensare alla mobilità urbana considerando le diversità fisiche e cognitive dei cittadini così da sviluppare sistemi in cui tutti possono spostarsi senza dover ricorrere a soluzioni che creano più problemi che benefici. Si tratta di pensare ad una mobilità inclusiva che parte dalla rimozione di barriere architettoniche e arriva alla costruzione di piste ciclabili sicure ed autonome. Per quanto riguarda le biciclette nello specifico, la soluzione più frequente nei casi di successo e nelle buone prassi in giro per il mondo consiste nella costruzione di piste ciclabili ex novo, separate dalla strada e dai marciapiedi da barriere, e che raggiungono le destinazioni principali delle città da cui si può continuare a piedi o scegliere un altro mezzo di trasporto.

Fonte: Gazzetta.it

Naturalmente, sarebbe naïf pensare di migliorare la viabilità urbana e la qualità della vita dei cittadini solo intervenendo sulle strutture già esistenti o creandone delle nuove. Come già detto, ci sono anche aspetti culturali che impediscono la diffusione di buone prassi sulla mobilità. Ad esempio, troviamo di nuovo l’attitudine degli amministratori a non impegnarsi davvero nella costruzione di nuove strutture per la mobilità sostenibile. Infatti è comune che questi “concedano” una strisciata di pittura sull’asfalto e la pubblicizzino come impegno dell’amministrazione per la mobilità sostenibile. In realtà, sappiamo bene quanto pericoloso sia far circolare automobili e biciclette sulla stessa strada. Ci auguriamo che l’ennesima tragedia smuova anche le coscienze di chi continua a non creare delle vere e proprie piste ciclabili.

L’altro aspetto culturale, di cui abbiamo già parlato, consiste nell’assenza di una visione integrata alla mobilità e nel ricorso continuo a mezzi a motore sia per gli spostamenti privati, sia per il trasporto di merci tra le città. Manca una vera e propria visione sistemica e di utilità sociale dei trasporti che dovrebbe includere la promozione di pratiche sostenibili negli spostamenti sin dalla tenera età. Ad esempio, sarebbe auspicabile istituire programmi educativi volti a rimuovere i dannosissimi ingorghi davanti alle scuole e alle pubbliche amministrazioni che promuovano l’utilizzo della bicicletta o di isole pedonali/divieto di usare l’automobile, la promozione di un sistema integrato di trasporti con possibilità di cambiare mezzi velocemente e senza acquistare diversi biglietti (il Governo Italiano in realtà lo suggerisce), la possibilità di usare biciclette senza doverne necessariamente possedere una, la possibilità di parcheggiare la propria bicicletta in tutta sicurezza, la possibilità di trasportare biciclette sui mezzi pubblici per coprire grandi distanze, tra le altre cose. Infine, anche senza piste ciclabili, si nota in Italia un’educazione stradale tale che gli automobilisti quasi mai rispettano segnaletiche verticali ed orizzontali. È mia esperienza personale che in Italia gli automobilisti sentono l’automobile come estensione personale invece che mezzo da condurre nell’ambito di precise regole di circolazione. Se l’educazione stradale fosse una cosa seria e si eliminasse quanto possibile prepotenza e prevaricazione del più forte, allora si potrebbe vivere la strada con molta più tranquillità e sicurezza. Basta visitare altri paesi per vedere come ci si pone nei confronti dei più deboli della società: con percorsi dedicati

Fonte: Luca Pignataro su Facebook

Senza presunzione di esaustività, quelli elencati qui sopra sono alcuni dei punti che gli amministratori locali potrebbero approfondire non tanto per soddisfare le richieste di una parte della popolazione, ma anche per iniziare ad affrontare seriamente le questioni dell’inquinamento urbano, della congestione del traffico, del caro vita (che passa anche e soprattutto per i costi legati a mantenere un’automobile), della sicurezza fisica dei bambini (di cui si riempiono sempre la bocca), della salute generale della popolazione, della vivibilità delle nostre città. Naturalmente c’è tanto altro su cui riflettere per arrivare ad avere una visione completa sulla mobilità urbana che migliori la qualità della vita dei cittadini (presenza di parcheggiatori abusivi, assenza di alberi, inquinamento acustico, mezzi pubblici obsoleti, fondo stradale dissestato, assenza di scivoli sui marciapiedi, ecc.). Detto ciò, sarebbe auspicabile che iniziassimo a chiederci se siamo felici di immaginare il futuro delle nostre strade esattamente come è oggi: sporco, pericoloso, inaccessibile, rischioso, difficile, e costoso. Forse sarebbe il caso di lasciar perdere le inutili piste ciclabili ed iniziare a pensare a mobilità ed accessibilità integrata?

Una replica a “Le Inutili piste ciclabili”

  1. Avatar Le nostre città sempre più vivibili e le auto a 30Km/h – 90 Secondi
    Le nostre città sempre più vivibili e le auto a 30Km/h – 90 Secondi

    […] Per renderci conto di questa supremazia, basta provare ad andare a lavoro a piedi o con i mezzi pubblici. Il percorso da fare a piedi è non solo più angusto e disastrato, ma è anche considerevolmente piu’ lungo e discontinuo a causa delle numerose fermate e deviazioni che il pedone deve fare per “superare” la strada. Allo stesso modo, se si utilizzasse la bicicletta (in Italia), la maggior parte delle volte si dovrebbe scegliere tra rischiare la vita condividendo la strada con le automobili, condividere ingiustamente i marciapiedi con i pochi pedoni rimasti, o affidarsi alle improbabili geometrie delle attuali “piste ciclabili“. […]

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